domenica, 10 agosto 2008
author: asteriscotorno @ 09:53
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Un ditolide o , per meglio dire 1 DITLOID. Un arcano della lingua italiana che con l’italiano ha, però, molto poco a che fare.

Cos’è un ditloide???

 

“Un parola insignificante”

“Qualcosa a due”

“Qualcosa tipo di matematica?”

“Non è una cellula? Quella con 2 cromosomi!”

 

Il termine ditloide consiste , paradossalmente, in un ditloide. In inglese: 1 DITLOID = 1 Day in the Life of Ivan Denisovich( Un giorno nella vita di Ivan Denisovich), famoso scritto di Aleksandr Solženicyn.

Per chiarire le idee torniamo al primo nome dato a questi sconosciuti: “equazioni linguistiche”. I ditloidi non sono altro che piccoli enigmi composti da un raggruppamento di numeri, iniziali e connettivi( a cui, per, da…) che nascondono una frase che è univocamente legata al numero di partenza.

Inizialmente consistevano nell’uguaglianza tra due proposizioni, per esempio A, P e A= I 3 M (Atos, Portos e Aramis=I 3 moschettieri), col tempo si è arrivati a una nuova forma di ditloide, eliminando l’= (uguale) e riducendo le proposizioni a una sola.

 

Troppa confusione?!?

 

Facciamo un esempio banale: 24 O in un G = 24 ore in un giorno

 

Più chiaro???

 

La rete li ha resi famosi offrendo alle menti affamate di enigmi un piatto più che ricco. Una serie di 33 ditloidi di varia difficoltà da 7 G in una S(non vi offenderò offrendovi la soluzione) a 3 T I nel D in M (non vi toglierò  il piacere di spappolarvi il cervello dandovi la soluzione).

Queste serie di 33 enigmi sono reperibili sul Tao del Blog che propone anche una scala di valutazioni in base ai ditloidi decifrati:

  • 1-5: nella media
  • 6-11: abbastanza intelligente
  • 12-24: decisamente intelligente
  • 24-32: genio
  • 33: quasi impossibile!

 
Ovviamente la rete offre anche le soluzioni, che sconsiglio caldamente, poiché i 33 piccoli infami quesiti sono in grado di insinuarsi tra i lobi del vostro cervello e rimanerci per molto, molto tempo!

 

Ecco il link: [ Q U I ]

Buon divertimento e buona fortuna!

 

Luca Tirloni

lunedì, 04 agosto 2008
author: asteriscotorno @ 11:09
category: vario, editoriale
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Ha tre anni, questa nostra piccola creatura. Solo tre. E’ ancora un bambino piccolo. E come un bambino ha bisogno di tante attenzioni per crescere. Come una piccola famigliola noi, collaboratori del giornalino, ci occupiamo di lui. Lo riempiamo delle nostre curiosità, lo vestiamo coi colori delle nostre parole, gli mostriamo i nostri valori come solide pietre, gli indichiamo le nostre idee come si indicano le stelle del cielo, gli regaliamo i nostri sogni come le sorprese che si ricevono il giorno del compleanno.

Ha tre anni. Ha bisogno di noi. E noi di lui. Per parlare. Per sfogarci. Per divertirci.

Come ogni favola che si rispetti, anche questa inizia con un “c’era una volta”. Un “c’era una volta” fatto di ragazzi che si domandano che cosa vogliono da questa esperienza. È dall’incontro delle volontà di queste persone che nasce il giornalino. Era il numero zero. Giovane, inesperto, semplice. Ma pronto a crescere, a realizzarsi, a nutrirsi dei nostri pensieri per poi, senza alcun timore, portare i nostri messaggi a tutto l’Istituto, con la speranza di emozionare o far almeno sorridere chiunque con un po’ di voglia di prestargli attenzione.

Sono passati tre anni. Siamo al numero tredici. Sembreranno anche pochi, è vero, ma non è sempre stato facile. A volte è proprio un bimbo capriccioso. E noi dei poveri studenti troppo impegnati. Non è sempre semplice adempiere ai propri impegni, ed essere in grado di portarli a termine con la dovuta diligenza. Non è facile, ma noi ci abbiamo provato. E direi che ci siamo sempre riusciti. Anno dopo anno, numero dopo numero. Ci siamo messi in gioco. Abbiamo mostrato senza alcuna riserva noi stessi.

La nostra piccola creatura è cresciuta. E noi con lei.

Ne siamo felici.

Un po’ di noi sarà sempre con lei. Siamo i piccoli passi di una lunga strada che ci auguriamo continui nella nostra scuola, che speriamo durerà per tanto tempo.

Tutte le storie iniziano con un “c’era una volta”. Ma non è detto che debbano necessariamente terminare con la parole “fine”. Questo è uno di quei casi.  

 

Marta Sansottera

 

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